CRONOLOGIA SINTETICA DELLA VITA DI GIOVANNI GIOLITTI

  • Giolitti, Giovanni. - Uomo politico e statista italiano (Mondovì 1842 - Cavour 1928). Segretario generale della Corte dei Conti e poi Consigliere di stato, fu deputato (1882, 1924), ministro del Tesoro (1889-90) e degli Interni (1901-03), presidente del Consiglio (1892-93, a più riprese fino al 1914, 1920-21). Considerato uno tra i maggiori protagonisti della storia unitaria italiana, G. ha dominato la scena politica nel primo quindicennio del Novecento, periodo che è stato definito "età giolittiana", dando un'impronta liberale alle linee di governo, specie rispetto ai conflitti dei lavoratori.
    Vita e attivitàLaureato in giurisprudenza, lavorò dal 1862 nell'amministrazione statale, dal 1872 come reggente della direzione generale delle Finanze e poi come segretario generale della Corte dei conti. Consigliere di stato dal 1882 su invito di A. Depretis, l'anno stesso poté presentarsi candidato alla Camera e fu eletto deputato a Cuneo. Attivo nel gruppo dei liberali progressisti, seguì con impegno particolare la politica finanziaria, dal 1885 in espressa polemica con il ministro del Tesoro A. Magliani, e nel 1887 sostenne il gabinetto Crispi. Dimessosi Magliani, fu G. ad assumere il ministero del Tesoro (marzo 1889 - dic. 1890) divenendo il leader del partito delle economie nella sinistra liberale. Ciò lo mise in una luce particolare per cui, caduto il governo Rudinì, la scelta del re, sollecitata da U. Rattazzi, cadde su G. per l'incarico di presidente del Consiglio (maggio 1892).
    Sciolta la Camera e costituita una consistente maggioranza con le elezioni del 1892, a segnare la fine del I gabinetto G. (nov. 1893) intervennero la battaglia parlamentare di Crispi e lo scandalo della Banca Romana, nel quale il presidente del Consiglio venne accusato da un comitato di parlamentari, incaricato di indagare sulle vicende dell'istituto di emissione, di irregolarità commesse allorché era ministro del Tesoro (gli atti d'accusa furono archiviati nel 1895, non prima che G., onde evitare un probabile arresto, si trasferisse in Germania). Con l'inizio del secolo G. prese a occupare un posto di grandissimo rilievo nel quadro politico, tanto che sovente gli storici del secondo dopoguerra hanno parlato del periodo 1901-14 come dell'"età giolittiana": fu infatti ministro degli Interni del gabinetto Zanardelli (1901-03), durante il quale fu in effetti l'ispiratore della politica governativa, poi presidente del Consiglio per tre lunghi ministeri fino al 1914, interrotti dai gabinetti Tittoni, Fortis e Sonnino (1905-06), e dai gabinetti Sonnino e Luzzatti (1909-11).
    La politica giolittiana fu orientata verso un "ordinato progresso civile", che comportava un prudente allargamento delle basi del potere onde permettere una qual certa forma di partecipazione al movimento dei lavoratori; in questa prospettiva egli accentuò - visto anche il fallimento delle politiche puramente repressive dei predecessori - il carattere liberale della linea governativa, cercando di porre lo stato in una posizione neutrale o intermedia nei conflitti di lavoro (negli anni giolittiani ebbe un certo sviluppo anche la legislazione del lavoro). In ambito economico, G. tese a sostenere, con un cauto protezionismo, lo sviluppo dell'industria - in ascesa rispetto a una struttura economica tradizionalmente agraria - pur difendendo il bilancio statale dalle pressioni dei privati. I punti dove maggiormente si diressero le polemiche degli oppositori di sinistra furono la politica meridionale (il protezionismo sul grano sosteneva di fatto il latifondo) e la spregiudicata prassi elettoralistica (in un celebre pamphlet del 1909, G. Salvemini lo bollò come "il ministro della mala vita"), mentre da altri settori (G. Fortunato, L. Einaudi) gli veniva rimproverato l'abbandono del liberismo sul terreno della politica economica (lavori pubblici, protezionismo, legislazione del lavoro, ecc.), e da settori industriali l'acquiescenza nei confronti delle rivendicazioni sindacali.
    A suo favore G. ebbe la Corona, il socialismo riformista (che conseguì da quella politica un obiettivo impulso e una forte crescita), alcuni settori intellettuali (soprattutto B. Croce) e larghi strati della borghesia. Poté così costruire e mantenere un articolato sistema di potere i cui primi segni di squilibrio si manifestarono verso la fine del primo decennio, allorché si profilò una crisi generale della società e dello stato liberali, attraverso una serie di spostamenti politici significativamente centrifughi: il movimento operaio, posta in minoranza la componente riformista, iniziò a pretendere un più sostanziale coinvolgimento nel potere, i cattolici rivendicavano una presenza non più marginale nello stato, mentre alcuni settori politici e intellettuali ipotizzavano un'organizzazione sociale di tipo corporativo e si diffondeva il movimento nazionalista. G. si rivolse allora al mondo cattolico e strinse nel 1913 un accordo elettorale (patto Gentiloni) che gli avrebbe consentito maggiori spazî di manovra politica; ma anche la Camera uscita dalle elezioni del 1913 (era stata varata una riforma che introduceva un suffragio quasi universale) gli rese difficile l'azione di governo e nel marzo 1914 G. preferì dimettersi.
    Neutralista, restò ai margini della vita politica per il periodo bellico, ma venne chiamato nel giugno 1920 a costituire il suo quinto ministero, in una situazione in cui il durissimo conflitto politico e sociale segnava la dissoluzione dello stato liberale, rendendo pressoché inesistenti i margini della tradizionale mediazione giolittiana.
    Sciolta la Camera il responso delle urne gli fu nuovamente avverso e nel giugno 1921 rassegnò le dimissioni ponendo termine alla carriera di statista. Come deputato liberale, dal 1924 fu all'opposizione del governo Mussolini.

    Aldo A. Mola
  • 1842
    Giovanni Federico Maria Cosma Damiano Alberto Giolitti, detto in fanciullezza Federico, poi Giovanni (Gioanin in piemontese), ma sino alla laurea uso a firmarsi Giovanni Federico, nasce a Mondovì (Cuneo) il 27 ottobre da Giovenale (San Damiano Macra, 1803 – Mondovì, 1843) e da Enrichetta Plochiù (Cavour, 1808 – Torino, 1867).
    1843
    Muore suo padre, cancelliere al tribunale di Mondovì.
    1848-52
    Su suggerimento dei fratelli (Melchior, magistrato, e Giuseppe, medico, dimoranti in Cavour), da Torino, ove vive in via d’Angennes n.5 con altri due fratelli (Luigi, magistrato, e Alessandro, colonnello), per irrobustirlo la madre lo porta a vivere nella casa paterna a San Damiano Macra, in valle Maira, nel Cuneese. Vi compie i primi studi, inclusi rudimenti di latino, alla scuola di don Bernardo Aimar, già amico del padre.
    1852-57
    Completa gli studi ginnasiali e liceali. Il 22 luglio 1858 consegue all’Università di Torino il diploma di Magistero.
    1858-65
    Si iscrive alla Facoltà di giurisprudenza. Beneficiando della speciale possibilità di ridurre a un solo anno il triennio terminale, il 14 agosto 1861 si laurea “in leggi” con una tesi su La società coniugale. Intraprende la pratica forense presso lo studio dell’avvocato Luigi Marini. Dall’11 novembre 1862 è “volontario” (senza stipendio) al ministero di Grazia, giustizia e culti. Avvocato dei poveri (come già suo padre), il 25 gennaio 1863 è applicato di 4^ classe, poi presso l’ufficio del procuratore del re. Dal 21 aprile
    1865
    si trasferisce a Firenze con la madre, a seguito della traslazione della capitale per effetto della convenzione italo-francese del 15 settembre 1864. Il 26 novembre 1865 è applicato di 3^ classe.
    1866-67
    Per assecondare la madre, malata e insofferente del clima di Firenze, rientra a Torino con il grado di sostituto procuratore del Re presso il tribunale civile (22 novembre) e lo stipendio annuo di 2500 lire. Il 7 agosto 1867 muore sua madre.
    1869
    L’8 gennaio conosce Rosa Sobrero, orfana del padre, Lorenzo, e nipote dell’inventore della nitroglicerina, Ascanio. Perduti i fratelli, Rosa (“Gina”, “Ginotta”) vive con la madre. Segretario capo, a Firenze, della commissione centrale per le imposte dirette su proposta del suo presidente senatore Diodato Pallieri (Moretta, CN, 1813 – 1892), il 31 marzo Giovanni la sposa. Ne avrà Giovenale (morto piccino), Enrichetta (sposa di Mario Chiaraviglio), Lorenzo (morto a 6 anni), Luisa (sposa di Giulio Venzi), Federico (sposo di Maria Luisa Lago), Maria (Mariuccia, sposa di Dino Chiaraviglio, fratello di Mario), Giuseppe (sposo di Maria Tami: genitori di Antonio, Giovanni e Ugo).
    1870-76
    Caposezione alle Finanze, è segretario di Quintino Sella (Mosso S. Maria, Novara, 1827 – Biella, 1884), ministro delle Finanze nel governo presieduto da Giovanni Lanza (Casale Monferrato, 1810 – Roma, 1882). Dopo l’annessione di Roma al regno d’Italia (20 settembre 1870) e il trasferimento del governo, il ministero delle Finanze rimane a Firenze in attesa della disponibilità del palazzo appositamente in costruzione. Giolitti fa la spola tra Roma e Firenze. Dal 1873 capodivisione alle Finanze, è stretto collaboratore del presidente del Consiglio Marco Minghetti (Bologna, 1818 – Roma, 1886). E’ nominato referendario al consiglio di Stato su designazione del suo primo presidente, senatore Luigi Francesco Des Ambrois de Névache
    1877- 82
    Segretario generale della corte dei conti (1877), compie numerose missioni nel Regno. Nel 1879 è regio commissario per riordinare le Opere pie San Paolo di Torino in “istituto bancario di sicuro avvenire”. Nel febbraio 1878, tramite Luigi Breganze, il presidente del Consiglio Agostino Depretis (Mezzana Corti Bottarone, Pavia, 1813 Stradella, Pavia, 1887) e il ministro di Grazia e Giustizia Pasquale Stanislao Mancini (Castel Baronia, Avellino, 1817 – Napoli, 1888) gli propongono di rientrare effettivo in magistratura quale procuratore generale di Corte di Cassazione. Declina l’offerta.
    Nell’aprile 1883 la Giunta per la verifica delle eleggibilità e compatibilità dei componenti della Camera lo dichiara ineleggibile. Si difende con una ‘memoria’ e la Camera all’unanimità ne conferma l’elezione.
  • 1882-85
    Il 21 agosto 1882 è nominato consigliere di Stato su indicazione di Agostino Depretis. In settembre gli viene proposta la candidatura alla Camera dei deputati nella circoscrizione Cuneo I, comprendente gli ex collegi uninominali di Cuneo, Borgo San Dalmazzo e Dronero. Dopo cauti sondaggi, accetta e il 15 ottobre pubblica la Lettera agli elettori. In lista con Luigi Roux, direttore del quotidiano torinese “La Gazzetta piemontese” (poi “La Stampa”), e Sebastiano Turbiglio, docente di storia della filosofia all’Università “La Sapienza” di Roma, il 29 ottobre è il più votato.
    1885 Il 12 marzo propone in Aula la riduzione della tassa sul sale.
    1886
    Appronta e firma con altri quindici deputati il “manifesto” dell’ “opposizione subalpina” (Domenico Berti, Pietro Delvecchio, Felice Garelli, Achille Plebano, Tommaso Villa…: 28 aprile) contro la “finanza allegra” di Agostino Magliani, membro del governo Depretis. Il 23 maggio è rieletto deputato con Turbiglio e Roux.
    Su proposta della giunta comunale di Caraglio (fra i cui membri è Aronne Cassin) viene eletto componente del consiglio provinciale di Cuneo, che lo designa membro della commissione per il bilancio.
    1889
    Il 9 marzo è nominato ministro del Tesoro nel secondo governo presieduto da Francesco Crispi (Ribera, Agrigento, 1818 – Napoli, 1901), presidente del Consiglio dalla morte di Depretis e alla guida di un ministero che vara importanti riforme (elettività dei sindaci nei Comuni con più di 10.000 abitanti e dei presidenti delle deputazioni provinciali, nuovo codice penale comportante l’abolizione della pena di morte, prima legge sanitaria…).
    Il 14 giugno è approvata la sua proposta di legge di ammissione delle cooperative operaie alle gare d’appalto per esecuzione di opere pubbliche d’importo sino a 100.000 lire.
    1890
    Alle forzate dimissioni di Federico Seismit-Doda, un dalmata il cui irredentismo compromette la politica estera del regno, Crispi gli affida l’interim delle Finanze.
    Il 23 novembre è rieletto deputato della circoscrizione Cuneo I con Roux e Turbiglio.
    Il 9 dicembre si dimette dal governo in contrasto con la richiesta del ministro Gaspare Finali di avviare opere pubbliche senza copertura finanziaria. Da tempo in contrasto con la costosa politica di espansione coloniale voluta da Crispi, Giolitti circoscrive la contesa su un terreno che non comporti dissapori con la Corona.
    1891
    Il 31 gennaio Crispi è costretto alle dimissioni per un alterco alla Camera sulla politica estera della Destra, da lui tacciata di servilismo verso lo straniero. Nuovo presidente del Consiglio è il marchese palermitano Antonio Starrabba di Rudinì, sostenuto da Giolitti.
    1892
    Il 16 marzo, a tutela dei redditi più modesti e della piccola proprietà, propone che le imposte siano progressive, anziché proporzionali. Dopo le dimissioni e il reincarico (aprile), alla nuova caduta di Rudinì, anche su suggerimento del ministro della Real Casa Urbano Rattazzi jr il 10 maggio Umberto I lo incarica di formare il governo. Il 15 presenta il suo primo ministero. Dinnanzi all’ostilità dei deputati (169 “si”, 160 “no” e 38 astensioni, da lui valutate come voti contrari), ottiene l’esercizio provvisorio per sei mesi e un decreto “in bianco” di scioglimento della Camera, emanato il 10 ottobre, tanto più che il governo Rudinì aveva reintrodotto i collegi uninominali e occorreva quindi applicare la nuova legge elettorale. Alle votazioni del 6-13 novembre 1892 Giolitti conquista larghissima maggioranza, consolidata con un’infornata di circa 80 senatori, per metà nominati prima delle votazioni.
    A dicembre esplode lo scandalo della Banca Romana, sospettata di brogli denunciati alla Camera dal deputato repubblicano e massone Napoleone Colajanni. Viene nominata una commissione parlamentare d’inchiesta presieduta dal presidente della corte dei conti, Finali.
  • 1893
    Il 18 gennaio la Commissione riferisce: la Banca Romana ha emesso moneta cartacea per 60 milioni oltre i 35 consentiti e ha tentato la duplicazione di una serie di biglietti per l’ammontare di 40 milioni. L’indomani sono arrestati il suo governatore, Bernardo Tanlongo, e il cassiere, Cesare Lazzaroni. Il 17-18 febbraio Giolitti propone la fondazione della Banca d’Italia con l’accorpamento di quattro banche di emissione: la Nazionale, le due banche toscane e la Romana.
    Da fine maggio in Sicilia i “fasci contadini” compiono atti vandalici. Giolitti li affronta senza ricorrere né al loro scioglimento coatto, né a misure eccezionali d’ordine pubblico.
    Il 18 ottobre in un discorso a Dronero Giolitti illustra la complessa vicenda delle banche di emissione e della Banca Romana in specie, ripropone la progressività delle imposte e l’elevazione delle tasse sull’eredità, con esclusione delle piccole proprietà. Il 23 novembre il Comitato dei Sette lo deplora per avere sottovalutato, quando era ministro del Tesoro, le risultanze dell’inchiesta Alvisi-Biagini e per aver proposto la nomina di Tanlongo a senatore del regno. Benché non gli venga mosso alcun addebito personale, rassegna le dimissioni da presidente del Consiglio per difendersi senza coinvolgere né il governo né la Corona.
    1894
    In risposta ad attacchi giornalistici ispirati da Crispi, il 7 giugno pubblica la Lettera agli elettori del collegio di Dronero. Sulla scorta di documenti, ricostruisce le vicende bancarie e dichiara di riconoscere solo gli elettori quali “giudici della sua condotta politica”. Ormai nel mirino della magistratura, manovrata dal ministro Vincenzo Calenda di Tavani su mandato di Crispi, l’11 dicembre consegna al presidente della Camera dei deputati un plico di documenti. Esaminati seduta stante da una commissione rappresentante di tutte le tendenze, incluso il radicale Felice Cavallotti, essi mettono a nudo l’immoralità pubblica e privata di Crispi e della sua cerchia. Temendo l’arresto per sottrazione di documenti, Giolitti si reca a Charlottenburg (Berlino) in visita alla figlia Enrichetta e al genero, Mario Chiaraviglio, in Germania per lavoro.
    1895
    Raggiunto da mandato di comparizione senza capo d’imputazione, rientra in Italia. Il 26 maggio è rieletto deputato del collegio di Dronero con 2684 consensi su 2720 votanti.
    1896
    Con le dimissioni di Crispi, travolto dalla sconfitta di Abba Garima (Adua) del 1° marzo, alla presidenza del Consiglio torna Rudinì, sostenuto da Giolitti.
    1897
    In vista delle nuove elezioni (21 marzo 1897), nel discorso di Caraglio (7 marzo) chiede che la magistratura inquirente sia resa indipendente dal potere politico e separata dalla giudicante. E’ rieletto deputato con 1839 suffragi su 1995 votanti.
    1898
    In visita a Torino per l’Esposizione nazionale nel cinquantenario dello Statuto, dopo anni di silenzio Umberto I gli si mostra cordiale. Alla caduta di Rudinì, responsabile della durissima repressione militare dell’insorgenza popolare contro il rincaro delle farine (maggio), Giolitti favorisce l’avvento alla presidenza del generale Luigi Pelloux, già ministro della Guerra nel suo primo governo.
    1899
    In opposizione a Pelloux, che emana un decreto limitativo della libertà di stampa e di dibattito in Aula, il 1° luglio partecipa in Roma a una riunione di liberaldemocratici, in molta parte massoni, decisi a rivendicare le libertà statutarie. Il 29 ottobre, su impulso di Urbano Rattazzi, enuncia a Dronero un programma di governo che ne fa il più autorevole capo dell’opposizione costituzionale.
    1900
    Tenta invano un’intesa con Pelloux per frenare l’ostruzionismo dell’Estrema, da lui disapprovato. Il 3 giugno è rieletto con 1748 suffragi su 1860 votanti. A Pelloux subentra l’ottuagenario Giuseppe Saracco, presidente del Senato. Il 29 luglio Umberto I è assassinato a Monza dall’anarchico Gaetano Bresci. Gli succede il figlio, Vittorio Emanuele III (Napoli, 1869 – Alessandria d’Egitto, 1947).
    1901
    Il 14 febbraio, alle dimissioni di Saracco, il Re incarica Zanardelli di formare il nuovo governo, che tra i ministri chiave ha Giolitti all’Interno, Leone Wollemborg alle Finanze e Nunzio Nasi all’Istruzione. Il 21 giugno Giolitti propugna alla Camera la liceità degli scioperi per aumenti salariali e si dichiara contrario a quelli “politici” e nei pubblici servizi.
    1902
    Legge per la tutela del lavoro minorile e femminile. In gennaio-febbraio Giolitti fronteggia drasticamente e sconfigge lo sciopero dei ferrovieri.
  • 1903
    In disaccordo con la proposta governativa d’introduzione del divorzio, che inasprisce l’opposizione dei cattolici nel Paese, il 21 giugno Giolitti si dimette. Zanardelli assume l‘interim dell’Interno, ma, malato e stanco, a fine ottobre si dimette. Il Re incarica Giolitti di formare il nuovo governo. Pronto a farsi da parte in caso d’insuccesso, Giolitti mira invano a includervi radicali e socialisti. I ministri più rappresentativi sono il cattolico liberale Tommaso Tittoni agli Esteri, Luigi Luzzatti al Tesoro, Francesco Tedesco ai Lavori Pubblici. Investito da una campagna scandalistica mirante a screditare il presidente, per stroncarla sul nascere il 9 novembre il ministro delle Finanze, Pietro Rosano, si uccide.
    1904
    Raggiunto il pareggio del bilancio statale annuo, Giolitti vara grandi riforme. In coincidenza con i festeggiamenti per la nascita del principe ereditario Umberto, a Racconigi, la camera del lavoro di Milano indice lo sciopero generale “espropriatore”, col sostegno dei socialisti. Giolitti è nominato Cavaliere del Supremo Ordine della Santissima Annunziata, comportante il rango di “cugino del Re” (20 settembre). Lasciato che lo sciopero si esaurisca da sé, ottiene lo scioglimento della Camera e nuove elezioni (6 novembre). Successo del governo, ingresso alla Camera di tre cattolici deputati e flessione di socialisti e repubblicani.
    1905
    Avviata la statizzazione della rete ferroviaria, Giolitti si dimette per gravi motivi di salute. Gli subentrano il suo fido Alessandro (Sandrino) Fortis (due governi tra marzo e dicembre) e il conservatore e avversario Sidney Sonnino (dicembre 1905- maggio 1906).
    Il 13 agosto 1905 Giolitti è eletto presidente del Consiglio provinciale di Cuneo, di cui è membro dal 1886 per il mandamento di Caraglio.
    1906
    Il Re incarica Giolitti di formare il suo terzo governo, poi detto “lungo” (29 maggio 1906 – 11 dicembre 1909). Tiene per sé l’Interno e affida gli Esteri a Tittoni, il Tesoro ad Angelo Majorana, l’Istruzione a Guido Fusinato; vara leggi speciali a favore delle regioni meridionali e la riduzione della rendita dei titoli del debito pubblico dal 5% al 3,5%. La cartamoneta fa aggio sull’oro.
    Nascono la confederazione generale italiana del lavoratori (CGIL) e la Lega degli industriali.
    1907-1908
    Leggi a favore del pubblico impiego, obbligatorietà del riposo settimanale e divieto di lavoro notturno femminile. Conferma dell’insegnamento della religione cattolica nella scuola elementare su richiesta delle famiglie (febbraio 1908). Primo congresso delle donne italiane (1908) e varo dell’Istituto internazionale per l’agricoltura (Roma), voluto da Vittorio Emanuele III.
    1909
    Rinnovo della Camera (7 marzo). I cattolici deputati crescono a 21; aumentano anche radicali e socialisti. Legge di tutela del patrimonio artistico nazionale. Gaetano Salvemini, sconfitto nel collegio di Molfetta, denuncia i brogli elettorali nel libello Il ministro della mala vita.
    Il 2 dicembre, molto provato, Golitti si dimette. Gli subentra Sonnino, per soli cento giorni.
    1910
    Giolitti favorisce la formazione del governo presieduto da Luigi Luzzatti (31 marzo 1910 – 30 marzo 1911), con Antonino di San Giuliano agli Esteri, Luigi Facta alle Finanze, i radicali Luigi Credaro all’Istruzione ed Ettore Sacchi ai Lavori Pubblici, il comandante generale dei carabinieri Paolo Spingardi alla Guerra e l’albese Teobaldo Calissano sottosegretario all’Interno.
    1911
    Dopo un incontro segreto con il Re a Racconigi (settembre 1910), provoca le dimissioni di Luzzatti proponendo il suffragio universale maschile e bocciando il progetto di rendere parzialmente elettivo il Senato, che rimane di nomina regia e vitalizia. Incaricato di formare il suo quarto governo (“grande ministero”), si vale di San Giuliano agli Esteri, Camillo Finocchiaro Aprile alla Giustizia, Francesco Saverio Nitti all’Agricoltura, Calissano alle Poste. Conferma Spingardi, Credaro e Sacchi. Il 4 giugno celebra il Cinquantenario del Regno al Vittoriano, in Roma, presente il Re.
    Il 29 settembre il governo dichiara guerra all’Impero turco-ottomano e ordina lo sbarco delle truppe italiane a Tripoli. Il 5 novembre proclama la sovranità dell’Italia su Tripolitania e Cirenaica (Libia).
    1912
    Liberazione dal dominio turco di Rodi e del Dodecaneso, nel Mar Egeo.
    Nuova legge elettorale (giugno): diritto di voto ai ventunenni alfabeti, a quanti abbiano prestato servizio militare e ai trentenni, anche se analfabeti o militesenti. Al congresso di Reggio Emilia i socialriformisti (Leonida Bissolati, Ivanoe Bonomi, Angelo Cabrini…) vengono espulsi dal Partito socialista italiano, dominato dai massimalisti guidati da Benito Mussolini e Costantino Lazzari, fautori della “rivoluzione”.
    Pace di Losanna con l’Impero turco (18 ottobre): sovranità dell’Italia sulla Libia e possesso di Rodi e del Dodecaneso sino alla liquidazione delle sacche di resistenza turca in Libia.
  • 1913
    Fallito ogni tentativo d’intesa con i socialisti, accordi tra i candidati liberali e l’Unione elettorale cattolica presieduta da Ottorino Gentiloni. Alle elezioni (26 ottobre) 226 ministeriali (anche massoni notori) prevalgono col sostegno dei cattolici. Vengono eletti 70 radicali, 80 socialisti (divisi in tre gruppi), 20 cattolici e 17 repubblicani. Tumultuosa inaugurazione della sessione parlamentare con infuocati discorsi antigiolittiani dei socialisti Arturo Labriola e Orazio Raimondo e del nazionalista Luigi Federzoni.
    1914
    In risposta al disimpegno dei radicali, Giolitti rassegna le dimissioni. Antonio Salandra, esponente della destra liberale forma un governo comprendente San Giuliano agli Esteri (che accetta su pressione di Giolitti), Ferdinando Martini alle Colonie, Edoardo Daneo all’Istruzione, Giannetto Cavasola all’Agricoltura e il generale Domenico Grandi alla Guerra (21 marzo). Dopo l’assassinio di Francesco Ferdinando d’Asburgo a Sarajevo (28 giugno) e mentre cresce la tensione tra gl’Imperi Centrali (Austria-Ungheria e Germania) e le potenze dell’Intesa (Russia, Francia e Gran Bretagna), Giolitti compie la sua prima visita a Londra. Vi è raggiunto dall’annunzio dell’ultimatum della Germania all’Impero russo e alla Francia, di concerto con quello dell’Impero austro-ungarico alla Serbia. Si dichiara favorevole alla neutralità dell’Italia, giacché la sua alleanza con Berlino e Vienna del 1882, più volte rinnovata, è “difensiva” ed esige la previa consultazione prima della dichiarazione di guerra. Salandra e San Giuliano optano per la neutralità. Alla morte di San Giuliano, Salandra vara un nuovo governo con Sonnino agli Esteri (5 novembre), Pasquale Grippo all’Istruzione e Zupelli alla Guerra. Avvia contatti con Londra e Parigi per un capovolgimento dell’alleanza.
    1915
    Il Paese è diviso tra interventisti (schierati con la Triplice intesa) e neutralisti, guidati da Giolitti, favorevole a trattative con Vienna per ottenerne subito compensi territoriali nelle terre irredente (Trentino e Venezia Giulia). Il 26 aprile, all’insaputa del Parlamento e del governo stesso, Salandra impegna l’Italia a intervenire in guerra entro un mese, anche contro la Germania e senza possibilità di armistizi separati (Patto di Londra). Il governo dichiara di considerare nulla la Triplice dal 4 maggio se Vienna non si impegna a indicare quali compensi riconosce all’Italia per i suoi probabili ingrandimenti nei Balcani.
    Il Re approva il patto di Londra. Per scongiurare l’ingresso in una guerra che prevede lunga e devastante, Giolitti si reca a Roma e viene ricevuto dal sovrano. Salandra si dimette. Giolitti rifiuta di formare il governo, proprio perché considerato neutralista, e propone quali presidenti Giuseppe Marcora o Paolo Carcano. Vittorio Emanuele III reincarica Salandra. Lautamente finanziato dagli interventisti, fra i quali i proprietari del “Corriere della Sera” e dell’ “Idea nazionale”, Gabriele d’Annunzio incita la folla a eliminare Giolitti col “fuoco purificatore”. Tentato assalto all’abitazione di Giolitti in via Cavour 71, a Roma. Il questore comunica di non poterne garantire l’incolumità. Lascia la capitale per Cavour. Il 24 maggio l’Italia entra in guerra a fianco dell’Intesa, ma solo contro l’impero austro-ungarico. Dichiarerà guerra alla Germania il 25 agosto 1916. Giolitti e i suoi più autorevoli amici, tra i quali il senatore Antonio Cefaly, massone, ritengono che il governo ha compiuto un “colpo di Stato” ma né in pubblico né in privato lo Statista mette in discussione la condotta del Re.
    1916-18
    Da Cavour, anche tramite il direttore e proprietario della “Stampa”, senatore Alfredo Frassati, e suo genero, Mario Chiaraviglio, deputato dal 1911, segue con angoscia crescente l’andamento non positivo della guerra, esoso di vite e risorse. Il 13 agosto 1917, inaugurando i lavori del Consiglio provinciale di Cuneo, chiede la riforma dell’articolo 5 dello Statuto, con il trasferimento dal re al Parlamento dell’approvazione dei trattati internazionali, cioè della dichiarazione di guerra. Alle dimissioni di Salandra, si susseguono presidenti del consiglio Paolo Boselli e, dopo la rotta di Caporetto (24 ottobre 1917), Vittorio Emanuele Orlando.
    1919
    Giolitti è nettamente contrario all’occupazione di Fiume da parte di Gabriele d’Annunzio (settembre) e alla proclamazione della Reggenza del Carnaro. Alle dimissioni di Orlando e Sonnino (principale responsabile degli errori del governo italiano in politica estera), si susseguono due governi presieduti da Nitti. In vista delle elezioni del 16 novembre, il 12 ottobre Giolitti pronunzia a Dronero un discorso imperniato su riforma dell’articolo 5 dello Statuto (trasferimento al Parlamento del potere di dichiarare guerra), restaurazione della finanza pubblica, nominatività dei titoli azionari di qualsiasi genere, riforma scolastica. E’ bollato dal “Corriere della Sera” come “bolscevico dell’Annunziata”. Il Vaticano è contrario alla nominatività dei titoli che ne farebbe affiorare la ricchezza finanziaria.
    La nuova legge elettorale (riparto proporzionale dei seggi, distribuiti a collegi provinciali) determina il successo dei socialisti (156 seggi) e del cattolico partito popolare italiano (100 seggi), fondato a gennaio su impulso di don Luigi Sturzo, suo segretario, la frantumazione di costituzionali, democratici e riformisti e la scomparsa dei radicali. Insuccesso elettorale dei “fasci di combattimento” fondati a Milano il 23 marzo 1919 da Benito Mussolini, già socialmassimalista e interventista.
    Nella sua stessa provincia Giolitti subisce una secca sconfitta. Contro 4 deputati socialisti, 4 popolari e un “agrario” (eletto anche con voti fascisti sollecitati da Tancredi Galimberti), ottiene solo 3 seggi: per sé, Marcello Soleri e Camillo Peano.
  • 1920
    Alle dimissioni di Nitti, incapace di risolvere la crisi di Fiume, il re incarica Giolitti. Tentato invano di coinvolgere i socialisti moderati, forma il suo quinto governo con Carlo Sforza agli Esteri, Bonomi alla Guerra, il popolare Filippo Meda al Tesoro, Benedetto Croce all’Istruzione Peano ai Lavori Pubblici, l’ex sindacalista e massone Arturo Labriola al Lavoro.
    In settembre la CGIL d’intesa con i socialmassimalisti decide l’occupazione delle fabbriche per “fare come in Russia”: rivoluzione, eliminazione della monarchia e “bagno di sangue” della borghesia. Come nel 1904, Giolitti attende che quella “rivoluzione all’italiana”, priva di sbocchi politici, si esaurisca da sé. In dicembre caccia d’Annunzio da Fiume.
    Abolisce il prezzo politico del pane e avvia la restaurazione della finanza pubblica, ma non ottiene libertà di ridurre e disciplinare il pubblico impiego parassitario.
    1921
    Per imbrigliare gli opposti estremismi, a legge elettorale immutata, indice nuove elezioni per il 5 maggio. Il 10 muore sua moglie. E’ rieletto deputato nel Cuneese con Soleri, Peano ed Egidio Fazio.
    La distribuzione proporzionale dei seggi genera alla Camera quattordici gruppi parlamentari e rapporti di forza pressoché immutati fra liberaldemocratici, popolari e socialisti, che registrano una flessione bilanciata dai seggi del Partito comunista d’Italia fondato a Livorno in gennaio. Il Partito Nazionale Fascista ottiene 35 deputati; i nazionalisti 11.Privo di una maggioranza sicura, il 27 giugno Giolitti si dimette. Al termine di convulse consultazioni, il 4 luglio gli subentra Bonomi, alle cui dimissioni (gennaio 1922), dopo la crisi più lunga dal 1861, il re incarica Luigi Facta, che forma un governo comprendente i popolari, prima contrari al governo di unione nazionale (liberali, socialisti, popolari) proposto da Giolitti.
    1922
    Dimissionario a fine luglio, dopo un secondo “veto” di don Luigi Sturzo al ritorno di Giolitti, Facta forma il suo secondo ministero con Schanzer agli Esteri, Giovanni Amendola alle Colonie, Soleri alla Guerra, Giulio Alessio alla Giustizia. Il 23 ottobre Giolitti dichiara che occorre responsabilizzare i fascisti, coinvolgendoli nel governo. Ove non accettassero, i loro reati verrebbero perseguiti a termini di legge. Su sollecitazione del re, il 28 ottobre Facta lo invita a Roma, sconsigliandogli però di mettersi in viaggio.
    In assenza di valide alternative, la sera del 29 ottobre il Re incarica Mussolini di formare il governo. Il nuovo ministero (nominato il 31 ottobre) comprende tre fascisti, liberali, popolari, demosociali, nazionalisti e ministri di garanzia (Armando Diaz e Paolo Thaon di Revel). Il filosofo Giovanni Gentile assume l’Istruzione.
    Giolitti dichiara che “il Paese ha il governo che si merita”. Pubblica dall’editore Treves le Memorie della mia vita con introduzione di Olindo Malagodi.
    1923
    Giolitti presiede la Commissione per la riforma elettorale. Sostituzione della “maledetta proporzionale” con il maggioritario rafforzato (due terzi dei seggi alla lista che superi il 25% dei consensi).
    1924
    Nelle elezioni del 6 aprile Giolitti guida in Piemonte un “listino” democratico alternativo al “listone” fascista e ottiene tre seggi: per sé, Soleri ed Egidio Fazio. In risposta all’assassinio (preterintenzionale?) del socialista Giacomo Matteotti a opera di manutengoli della polizia, socialisti, popolari, repubblicani e seguaci di Giovanni Amendola lasciano la Camera (“Aventino”). Come i deputati del Partito comunista d’Italia, Giolitti continua invece l’opposizione in Aula. Il 15 novembre si pronunzia contro la limitazione della libertà di stampa giudicandola in contrasto con lo Statuto.
    1925
    Il 16 gennaio firma con gli ex presidenti Vittorio Emanuele Orlando e Antonio Salandra un ordine del giorno contro il governo di Mussolini, che il 3 gennaio ha annunciato la svolta autoritaria. Il 21 dicembre, posto dinnanzi alla scelta fra iscrizione al PNF e rinuncia alla presidenza del Consiglio provinciale di Cuneo, si dimette sia dalla carica sia, “per elementare senso di dignità”, da rappresentante del mandamento di San Damiano e Prazzo, in Valle Maira, ove era stato eletto nel 1920.
    1926-27
    Compie viaggi all’estero e si dedica a letture di storia e politica. Constata il fallimento dei tentativi dei liberali di organizzarsi e contrastare il governo che ormai conta sull’appoggio della Chiesa cattolica, del mondo imprenditoriale e finanziario e ampi riconoscimenti esteri (compresi Stati Uniti, Gran Bretagna, USA e URSS). Ritiene che i valori costitutivi della Terza Italia (libertà politica, nessuna interferenza delle “chiese” nella vita pubblica, riforme per il progressi civile) torneranno ad affermarsi.
  • 1928
    Il 16 marzo vota contro la legge elettorale che attribuisce al Gran consiglio del fascismo (all’epoca organo del PNF e quindi “privato”) il potere di stilare la lista dei 400 componenti della futura Camera, da presentare agli elettori, chiamati ad approvarla o rifiutarla in blocco, e denuncia il definitivo strappo fra il governo e lo Statuto.
    Il 17 luglio muore a Cavour (Torino) e vi viene sepolto.
    1946
    Suo nipote Antonio (figlio dell’ultimogenito, Giuseppe) è eletto deputato alla Costituente per il Partito comunista italiano (PCI)
    1950
    Il segretario del PCI Palmiro Togliatti rievoca Giovanni Giolitti a Torino, “il più avanzato della borghesia”.
    1962
    Pubblicazione di Quarant’anni di politica italiana. Dalle Carte di Giovanni Giolitti (Feltrinelli) che riapre gli studi sull’età giolittiana.
    1967
    Nuova edizione delle sue Memorie.
    1978
    Il presidente della repubblica, Sandro Pertini, scopre il busto in bronzo di Giolitti nel salone del consiglio provinciale di Cuneo, nel 1998 intitolato allo statista.
    1989
    A Casa Plochiù, in Cavour, auspice il presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, viene scoperta la lapide che ne ricorda il centenario dell’ingresso al governo.
    2003
    Il 18 settembre il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, assiste nella “Sala Giolitti” della Provincia di Cuneo alla rievocazione dello “statista della Nuova Italia”.
    2007-2010
    La Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo pubblica Giolitti al Governo, in Parlamento, nel Carteggio su progetto del Centro europeo “Giovanni Giolitti” per lo studio dello Stato (Dronero) e dell’Archivio Centrale dello Stato: cinque volumi con un migliaio di inediti.
+ -